27) Spinoza. La razionalit nella politica.
Premesso che se tutti fossero lasciati liberi di agire come
vogliono se ne avrebbe un gran danno generale, Spinoza deduce che
 necessario usare i dettami della ragione, i quali possono
cambiare la situazione a nostro vantaggio. La ragione esige che il
collettivo abbia il sopravvento sull'individuale. Per questo 
necessario un patto, un contratto sociale.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, capitolo sedicesimo
(pagina 220).

D'altra parte, nessuno pu mettere in dubbio che sia della pi
grande utilit, per gli uomini, il vivere secondo regole e ben
stabiliti precetti della nostra ragione i quali sono rivolti, come
si  detto, al nostro effettivo vantaggio. Inoltre non c' nessuno
che non desideri vivere in sicurezza e senza timore, per quanto
almeno  possibile: il che per non pu aver luogo che in misura
minima, fin tanto che  data licenza a ciascuno di fare tutto ci
che voglia a suo piacimento e fintanto che non si riconosca alla
ragione un diritto maggiore che all'odio e all'ira. In mezzo a
inimicizie, odii, collere e frodi non c' nessuno che non viva in
preda all'ansiet e che perci non procuri, per quanto  in suo
potere, di evitare questi mali. Se poi vogliamo riflettere sul
fatto che necessariamente gli uomini vivono in condizioni misere
quando manchi l'aiuto reciproco e il rispetto delle norme
razionali (come mostrammo nel Capitolo V), vedremo con la massima
chiarezza che essi, per vivere in sicurezza e nel miglior modo
possibile, dovettero necessariamente accordarsi e dovettero fare
in modo che il diritto, prima esercitato naturalmente da ciascuno
su tutto, venisse esercitato collettivamente e determinato non in
base alla violenza e all'appetito dei singoli, ma in base alla
forza e alla volont di tutti unitamente.
Questa iniziativa sarebbe per stata frustrata se gli uomini non
avessero rinunciato a perseguire ci che gli appetiti suggeriscono
(in forza delle leggi dell'appetito ciascuno  infatti sospinto in
direzioni diverse da quelle degli altri); essi perci dovettero,
nel contrarre il patto, impegnarsi con la maggiore fermezza a
dirigere le loro azioni soltanto secondo le norme della ragione
(cui nessuno osa opporsi apertamente per non sembrare privo di
senno), a frenare gli appetiti in quanto inducano a produrre il
danno altrui, a non fare a nessuno ci che non avrebbero voluto
fosse fatto a s stessi, a difendere infine il diritto altrui
considerandolo come il proprio.
Dobbiamo ora vedere a quali condizioni questo patto debba essere
concluso perch esso sia valevole e duraturo. E' legge universale
della natura umana che nessuno rinunci a ci che reputa essere un
bene, se non nella speranza di un bene maggiore o per paura di un
danno pi grave che possa risultarne, e che nessuno sopporti un
male se non allo scopo di evitarne uno peggiore o in vista di un
bene maggiore che possa venirne. E' cio naturale che, di fronte a
due beni, si scelga quello che si giudica maggiore e che, di
fronte a due mali, si scelga quello che ci sembra il minore.
Sottolineo ci che ho detto: quello che sembra il maggiore o il
minore a chi si accinge a scegliere, il che non significa che
necessariamente la cosa stia come viene giudicata. Questa legge 
tanto profondamente impressa nella natura umana che merita di
essere posta tra le verit eterne che a nessuno  dato ignorare.
Ma da tali considerazioni segue necessariamente che nessuno vorr
senza inganno(*) promettere di spogliarsi del diritto di cui gode
su tutto, e che in nessun modo vorr mantener fede alle promesse
fatte, se non per il timore di un male maggiore o per la speranza
di un bene pi cospicuo.
Supponiamo, perch sia meglio capito il mio discorso, che un
brigante mi costringa a promettergli che gli consegner i miei
beni non appena egli lo esiga. Ho gi mostrato che il mio diritto
naturale  determinato esclusivamente dalla mia potenza;  ovvio
quindi che, se posso liberarmi con l'astuzia da questo brigante,
mi  lecito per diritto di natura promettergli tutto quello che
vuole e concludere con lui, ingannandolo, qualsiasi patto.
Supponiamo ancora che io abbia promesso in buona fede a qualcuno
di astenermi per la durata di venti giorni da qualsiasi cibo o
nutrimento di sorta e che poi mi sia accorto di essermi impegnato
scioccamente e che il tener fede alla promessa mi sarebbe di grave
pregiudizio; dato che per diritto naturale sono tenuto a scegliere
il male minore, mi  lecito valermi del mio sovrano diritto per
rompere l'accordo e annullare quanto avevo detto.
E a ci, si badi, mi autorizza il diritto naturale, sia che mi
accorga chiaramente in base a sicura riflessione di essermi
impegnato in modo malaccorto, sia che mi sembri di capirlo in base
a un pi superficiale giudizio; infatti, sia che abbia ragione o
che mi sbagli, mi troverei nella condizione di temere un male pi
grave e mi sforzer quindi di sottrarmi ad esso per legge di
natura. In conclusione: un patto non ha nessuna forza e nessun
valore se non in ragione dell'utilit che procura ai contraenti:
tolta questa, viene inficiato nello stesso tempo anche il patto
che cade in stato di nullit. Perci si comporterebbe in modo
insensato chi richiedesse ad altra persona la sua parola in
perpetuo, se al tempo stesso non si adoperasse a far s che alla
rottura del patto da concludersi possa seguire pi danno che
vantaggio a chi prende l'iniziativa della rottura. Questa
precauzione deve essere tenuta nel massimo conto quando si tratta
di fondare una comunit politica.

Nello stato di societ, in cui la discriminazione tra bene e male
 fatta in base al diritto generale, l'inganno  giustamente
distinto in legittimo ed illegittimo. Nello stato di natura invece
in cui l'individuo  (di diritto) giudice di se stesso e possiede
il sovrano diritto di prescriversi le leggi, di interpretarle e di
abrogarle perfino se lo ritiene confacente al proprio interesse,
non pu certo concedersi che cicchessia ricorra ad un inganno
definibile disonesto (Annotazione trentaduesimo)
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 646-648.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/5. Capitolo
Nove.
28) Spinoza. La democrazia.
Partendo dalle passioni che dominano l'uomo, Spinoza giunge alla
convinzione che sia necessario un patto e che la forza e il
potere siano spostati dall'individuo alla societ nel suo insieme.
Questo esercizio collegiale del potere  la democrazia.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, capitolo sedicesimo
(pagina 220).

Certamente, se tutti gli uomini fossero tali da lasciarsi guidare
facilmente dalla sola ragione e sapessero riconoscere l'utilit e
l'esigenza suprema dello Stato, non ci sarebbe nessuno che non
aborrisse frodi e inganni e tutti starebbero ai patti con perfetta
lealt, animati dal desiderio di quel bene supremo che  il
mantenimento della societ. Il presidio pi prezioso
dell'organizzazione civile, la fedelt, verrebbe mantenuto integro
con il massimo impegno. Ma, nella realt, gli uomini sono ben
lungi dal poter essere sempre facilmente guidati dalla ragione;
ciascuno  sospinto dai suoi personali impulsi al piacere e gli
animi spessissimo sono a tal punto dominati dall'avidit, dalla
bramosia degli onori, dall'invidia, dalla collera che nessun posto
resta per la capacit di riflettere e di giudicare. Ecco perch, a
meno che una qualche garanzia non si aggiunga alla promessa,
nessuno pu essere sicuro della lealt dell'altro, nonostante che
gli uomini pattuiscano e promettano di mantenere fede agli impegni
con le pi persuasive sembianze di una intenzione onesta. Sappiamo
infatti che ogni individuo pu agire con l'inganno in forza del
diritto di natura e che non  tenuto a stare ai patti se non in
vista di un bene maggiore o per timore di un male peggiore.
Abbiamo gi mostrato che il diritto di natura  determinato e
delimitato esclusivamente dalla potenza di ciascun individuo: ne
segue che se l'uno, a forza o spontaneamente, trasferisce
all'altro una parte della potenza di cui dispone, cede anche,
necessariamente, una parte corrispondente del suo diritto. E
allora sar depositario del diritto sovrano su tutti colui che
potr esercitare l'autorit suprema, colui che in base ad essa
potr costringere ognuno con la forza tenendolo a freno con il
timore dell'estremo supplizio che  universalmente paventato.
Questi avr nelle proprie mani tale diritto per tutto il tempo (n
pi n meno) che conserver il potere di fare ci che vuole;
altrimenti la sua autorit sar precaria e nessuno che abbia pi
forza di lui sar tenuto, non volendolo, ad obbedirgli.
La societ pu costituirsi senza che si venga a creare conflitto
con il diritto naturale, e ogni patto pu essere rispettato con
piena lealt soddisfacendo dunque a questa condizione: che
ciascuno alieni a favore della societ tutta la potenza di cui
dispone. La societ verr cos investita del sovrano diritto di
natura su ogni cosa, cio essa sola tratterr nelle proprie mani
l'autorit suprema alla quale ciascuno si trover nella condizione
di dover ubbidire, sia di sua spontanea volont, sia per timore
della pena capitale. Un cos inteso diritto esercitato dalla
societ intera  detto democrazia: regime politico definibile
appunto come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita
collegialmente un diritto sovrano su tutto ci che  in suo
potere. Ne risulta che questa potest non pu essere condizionata
da nessuna legge e che tutti le debbono sottostare in ogni campo;
sottomissione del resto che, espressamente o tacitamente, dovette
essere pattuita quando tutti trasferirono nella societ l'intera
potenza di cui disponevano per difendersi, e quindi ogni loro
diritto.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 648-650.
